Ogni volta che si comincia con un nuovo progetto bisognerebbe spendere due parole sul nome che lo informa, perché è nei nomi che stanno i veri significati delle cose.
'A la fois' vuole prima di tutto dire 'come era un tempo'.
I capi di questo nuovo marchio vogliono infatti recuperare le tecniche e le lavorazioni artigianali che abbiamo dimenticato. Stiamo parlando di cuciture a crochet, di punti punzonati e di altri dettagli che sono ormai spariti dal nostro modo di vestire quotidiano e che siamo riusciti a recuperare dopo una paziente ricerca fra gli archivi e i mercatini vintage di Londra e Parigi. Nel primo caso, quindi, 'á_la_fois', diventa sinonimo di moda ricercata, che combatte l'anonimato contemporaneo.
'A la fois' peró vuole anche dire 'nello stesso tempo'.
Ne La signora delle Camelie, Alexandre Dumas dice che i ricordi della protagonista le toccavano 'á la fois' il cuore e la mente..
In questo senso, quindi, '...á_la_fois...' vuole indicare come i nostri abiti possano essere allo stesso tempo ricercati e casual, vintage e audaci, preziosi senza essere costosi.
Ecco, volevamo un termine che definisse tutte queste sfaccettature del nostro nuovo progetto di moda.
Perché la moda è oggi un mondo eclettico, dove si puó essere una cosa e un'altra allo stesso tempo. Perché è solo di fronte alla flessibilitá che si ritrova la vera classe, che è a un tempo elegante e sobria, classica e innovativa.
In altre parole: á la fois.
Siamo eccitati.
Non possiamo nascondervelo.
Per voi abbiamo ideato qualcosa che non abbiamo mai visto fare.
E siamo orgogliosi di poterlo fare per primi.
Settimana dopo settimana, su questo blog, vi riveleremo infatti tutte le fasi della produzione della nuova collezione ...à la fois... Questa è l`idea di fondo di un viaggio che - crediamo - sarà indimenticabile. Post dopo post, vi forniremo un accesso esclusivo al dietro le quinte della lavorazione dei capi. Vi faremo toccare con mano i tessuti e gli accessori, vi faremo partecipare alle sessioni fitting con le modelle, vi coinvolgeremo nelle discussioni circa l`edizione di una collezione e soprattutto, vi faremo scoprire da vicino le varie fasi di lavorazione di un capo. Lo vedrete nascere dal nulla e crescere nel tempo, fra le mani sapienti dei nostri artigiani. Ve lo dicevamo: non stiamo nella pelle, perché siamo contenti di poter finalmente creare un rapporto onesto con i nostri clienti, di fargli apprezzare il lavoro dietro a ogni capo, e di renderli orgogliosi - così come lo è la nostra squadra creativa - di ogni dettaglio. Siamo così felici che vorremmo fosse già la settimana prossima. à la (prochaine) fois...
Come vi diranno anche a scuola, il primo passo nella costruzione di una collezione è il ‘moodboard,’ una raccolta di fotografie che servono come punto di riferimento visivo ed emotivo. Per ...à_la_fois..., abbiamo deciso di riferirci all’Inghilterra degli anni ’60. Ci siamo rivisti quindi le fotografie di Norman Parkinson, abbiamo sfogliato i servizi fotografici del Daily Mail e abbiamo passato una serata a riscoprire un bellissimo film come ‘Two on the Road.’
Parlando di Londra degli anni ’60, però, è facile scivolare nei cliché, come il taglio di capelli ‘pixie’, le ballerine, la minigonna, e il bikini. Dopo ‘Mad Men,’ poi internet è sovraccarico di cartamodelli vintage. Volevamo rimanere critici verso questo approccio.
Certo, teniamo presente anche questi riferimenti storici, ma la nostra ricerca vuole andare in un’altra direzione. Non cerchiamo la ‘high fashion’ degli anni ’60, il gioco delle classi sociali o le eccentricità inglesi. Piuttosto, cerchiamo qualcosa di più seducente e misterioso.
E fra tutto il materiale visionato ci ha colpito soprattutto un servizio fotografico che British Vogue ha commissionato nel 1962 al giovanissimo fotografo David Bailey - che diverrà poi celebre per immortalare coi suoi scatti la Londra di Carnaby Street. Per il suo exploit fotografico, Bailey prese l’allora giovanissima modella Jean Shrimpton, scapparono a New York, dove produssero queste fotografie piene di suggestione. Ecco: questo sarà il punto di partenza per la collezione autunno-inverno di à_la_fois.
La scorsa volta vi abbiamo detto che la principale ispirazione dietro la collezione di ...à_la_fois... sarebbe stata un famoso servizio fotografico scattato nel febbraio 1962 dall’inglese David Bailey a New York.
Occorre allora spendere due parole per saperne qualcosa di più, giusto perché la collezione non sia ispirata da immagini prese a caso, ma crei una connessione più stabile con i suoi modelli. Queste cose, dopotutto, si notano nella collezione finale. Bailey è uno dei massimi fotografi viventi. Il suo studio, in Brownlow Mews a Londra, è sempre pieno di persone, come si nota dagli autisti che aspettano fuori dal portone, con la sigaretta in bocca, i propri datori di lavoro, che vogliono essere immortalati così come sono stati immortalati, prima di loro, i Beatles e Andy Warhol. Recentemente la sua fama è pure crescita grazie a un libro, ‘NY JS DB 62’ (da cui abbiamo tratto le foto del 1962), nonché, da qualche settimana, da un film per la televisione della BBC e intitolato ‘We’ll Take Manhattan.’ Il film ricostruisce gli inizi di Bailey, quando non aveva nient’altro a parte il suo disgusto per i tradizionali scatti rigidi e austeri di aristocratiche e facoltose, nonché la voglia di rivoluzionare il mondo della fotografia. Le parole iniziali del film riassumono bene la società che Bailey voleva trasformare: ‘Nel 1962 nessuno aveva sentito parlare dei Beatles. Nessuno che non fosse ricco o che non avesse un titolo poteva aspettarsi di diventare famoso. E non c’era quella cosa che chiamiamo cultura giovanile.’ Bailey diventò famoso - a tappe, come il film mostra con piglio documentario - perché mostrava Londra come davvero era: con le strade desolate e un pò pericolose, le ragazze come le pupe della gang di turno. Bailey non ha mai mostrato le donne come bambole di porcellana, ma come animali audaci, come femme fatales. E la storia si sofferma a lungo sulla sua relazione con una di queste femme fatales: Jean Shrimpton, modella allora appena diciottenne e che la colpì perché, al loro incontro, portò gli occhiali da sole tutto il tempo. La loro tumultuosa relazione finirà nel 1964, lasciando però entrambi ricchi e famosi. Shrimpton, in particolare, divenne la modella più pagata del mondo. Fu colei che incarnò gli anni ’60 (insieme a Twiggy, che però arrivò molto più tardi, verso la fine del decennio) e trasformò per sempre il nostro modo di vedere la moda.
E ora passiamo all`operativo. Per cominciare prendiamo una delle fotografie di Bailey e studiamola a fondo. Jean Shrimpton, con gli immancabili occhiali da sole, indossa un maglione arancione. Non è nemmeno proprio arancione: ha un tono più spento e vicino alla mostarda, come il pelo dell’orsetto teddy schiacciato contro la rete, sulla sinistra, nell’angolo come se stesse cercando di arrampicarsi al palo della luce. Ecco: questa tonalità potrebbe diventare uno dei colori chiave della collezione.
Ma nell’immagine c’è di più. Il maglione, per esempio, ha lo scollo a V ed una texture ben definita. Questi due elementi - una certa geometria delle linee e un’attenzione particolare ai materiali ruvidi - potrebbero diventare anche loro due caratteristiche chiave della collezione. C’è da pensarci e valutare, ovviamente. Infine, ci piace molto l’accostamento fra l’arancione e il nero della gonna e dei guanti (che, lo notiamo ora, denotano una certa classe). Non basta infatti basare una collezione su un colore. Bisogna pensare anche alle tonalità d’accompagnamento, perché lo stile, a livello cromatico, è sempre dato dall’accostamento di colori. Ed è solo un contesto di colori scuri e ruvidi che permette di far risaltare questo arancione bruciato. Non c’è che dire: quest’immagine ci piace da impazzire. Ci leggiamo molti elementi che potrebbero funzionare da punto di partenza per la nostra nuova collezione di ...à_la_fois...
E poi, dopo svariate ricerche, abbiamo trovato il tipo di maglia che cercavamo (guardate la foto). È una lana vergine al cento per cento. Il colore lo chiamiamo ‘zucca,’ ma se volessimo essere ancora più precisi potremmo darvi anche il punto di colore in scala pantone. Il colore è importante, perché - come vi dicevamo - lo scopo non stava nel recuperare la tinta del maglione che Shripton indossava. Piuttosto volevamo un colore che ne recuperasse l’effetto, quella tonalità sfavillante della luce newyorkese della prima sera, quella che gli americani chiamano la ‘golden hour’ (‘l’ora dorata’) perché ammorbidisce, sia fra le fronde di Central Park che fra i profili di cemento della metropolitana, il paesaggio urbano facendolo risplendere come un pomeriggio d’estate.
E teniamo a sottolineare che abbiamo scelto la lana vergine perché vogliamo impostare questa collezione anche sulla qualità dei tessuti. Abbiamo discusso molto al riguardo. Avremmo potuto accontentarci di un mélange più economico. Ma ...à_la_fois... non deve essere solo un recupero di forme e dettagli, di tecniche artigianali. Non vogliamo solo risvegliare un certo sapore vintage, ma creare degli abiti che si separano dal resto. Che continuano la gloriosa tradizione del Made-in-Italy. Siamo partiti per tempo. Non vogliamo compromettere nulla.
Dopo lo studio della fotografia di Bailey siamo quindi passati al piano operativo. Grazie al bozzetto - che è il momento di riflessione e sperimentazione - abbiamo deciso di abbandonare il maglione con lo scollo a V (la citazione sarebbe stata troppo esplicita) e trasformarlo in un cardigan. Il cardigan era un capo comune nella Londra degli anni ’60, ed è versatile, adatto al modo di vestirsi ‘a strati,’ tipico di questi giorni.
Secondo la filosofia di ...à_la_fois... - per cui ogni capo deve nascere dal contrasto di idee opposte - abbiamo pensato che il cardigan potesse avere alcuni dettagli sdruciti in modo che esistesse a metà via fra il nuovo e il rovinato. L’ inserzione di certi dettagli secondo noi produce un aspetto interessante dal momento che raddoppia il rapporto di ...à_la_fois... col passato. Da una parte avremmo infatti un capo che appare invecchiato; dall’altra, un capo dal sapore ‘vintage.’ Infatti abbiamo deciso per una lavorazione punzonata per le pareti laterali del cardigan. Dopo le prime prove, la punzonatura produce una bellissima texture, come vedete dalla foto. Pensavamo anche di inserire bottoni di metallo. Ne abbiamo appuntato uno di prova nella foto. Cosa ne pensate?
La fase di ricerca e di analisi delle foto di David Bailey è stata seguita da una frenetica produzione di bozzetti. Il nostro ufficio stile ha disegnato ovunque - dalla scrivania all’automobile, scarabocchiato su post-it e sugli scontrini del caffé, sperimentando mille soluzioni di forme e volumi. Continuano a disegnare tutt’ora, mentre gli parliamo, mentre arrivano i tessuti e i campioni di lavorati. Sì, perché l’idea che prima si disegni e poi si confezioni è un’illusione. L’analisi dei tessuti va infatti di pari passo con la fase di bozzetto, che influenza direttamente.

Nello schizzare i bozzetti l’ufficio stile ha comunque cercato di mantenere lo spirito ‘à la fois’ e quindi produrre ensemble bilanciati. Grandi top stampati si dovevano quindi accompagnare a delle gonne neutre o monocromatiche; tessuti lisci andavano inpreziositi da grappoli di bottoni e gemme; e cappotti importanti potevano tollerare solo motivi leggeri. Nelle prossime settimane vi faremo vedere quali capi sono stati prodotti e quali fra questi sono stati messi in produzione. E chiederemo anche a voi di dire la vostra sulla direzione in cui sta andando ...à_la_fois....

Noi amiamo i bottoni. Molti marchi li considerano l’ultima cosa da cucire a un capo, piccole cose di poco conto, che devono per forza essere incluse ma che non trasformeranno mai e comunque l’effetto finale. Possono saltare via e il vostro sarto li riattaccherà in modo o in un altro. Noi di ...à_la_fois..., però, ci facciamo in quattro per i dettagli ed è per questa ragione che adoriamo i bottoni. Potranno anche essere dei piccoli sistemi di chiusura, potranno anche essere sostituibili, ma crediamo comunque che sia anche dalle piccole cose che un capo possa fare la differenza. Scegliamo quindi i nostri bottoni con cura, così come vorremmo che anche i nostri clienti dessero importanza a queste cose. In molti dei capi su cui stiamo lavorando in questi giorni, per esempio, ci domandiamo se sia una buona idea inserire bottoni di misure diverse. Propendiamo per il sì non tanto perché vogliamo ricreare un effetto ‘home-made’ (anche se non possiamo negare che non ci dispiace un certo effetto bricolage) quanto perché vogliamo esprimere la nostra idea che, nella moda, ogni dettaglio è importante. Ineffetti cambiare le dimensioni dei bottoni è un modo per dare importanza ad ognuno di loro. È come fare una pausa dopo ogni parola. È come forzarvi ad osservare ogni pennellata di un quadro. Il nostro approcio ai bottoni comunque è piuttosto eclettico. Alcune volte, per esempio, ci piace abbinare un bottone luccicante a una texture ruvida in modo da mostrare una dissonanza e, allo stesso tempo, produrre un risultato equilibrato. Altre volte, abbiamo scelto chiusure che sono ovviamente esagerate per spiegare che anche un bottone fornisce una cifra estetica a un capo. In un caso (che vedete in una di queste foto), stiamo pensando di inserire un occhiello di pelle talmente importante da sovrastare lo stesso bottone. In altre parole, stiamo sperimentando. Stiamo giocando, anche. Dopotutto i bottoni sono stati usati nel gioco da sempre. Ed è probabilmente questa un’altra ragione per cui adoriamo i bottoni. Perché sono giocosi. Come la moda, d’altronde, dovrebbe sempre essere.
Altre volte, abbiamo scelto chiusure che sono ovviamente esagerate per spiegare che anche un bottone fornisce una cifra estetica a un capo. In un caso (che vedete in una di queste foto), stiamo pensando di inserire un occhiello di pelle talmente importante da sovrastare lo stesso bottone. In altre parole, stiamo sperimentando. Stiamo giocando, anche. Dopotutto i bottoni sono stati usati nel gioco da sempre. Ed è probabilmente questa un’altra ragione per cui adoriamo i bottoni. Perché sono giocosi. Come la moda, d’altronde, dovrebbe sempre essere.

